Best Dad Ever
Edward Hopper: Excursion Into Philosophy (1959)
(via allogrooming)
Vi siete mai domandata ciò che succederebbe se io non
dovessi esiliarmi? Io sì. Succederebbe più o meno questo.
Un giorno, un bel giorno, io sarei a casa vostra,
nel vostro salotto, con Voi.
Sarebbe un crepuscolo, un crepuscolo
della prima primavera, in febbraio, mettiamo.
Da molte ore io sarei con Voi; avremmo
parlato molto, avremmo esaurito ogni
pretesto non volgare di conversazione. Da qualche
istante si tacerebbe. L’ombra si
farebbe più densa. Voi vi alzereste per
accendere il lume. Io vi pregherei di no,
vi tratterrei seduta col gesto. Si farebbe
notte, più notte, nel quadrato della
finestra, rabescato dalle cortine, il
vostro profilo apparirebbe appena.
Solo a tratti, l’asta scintillante
d’un carrozzone elettrico illuminerebbe la
penombra per un secondo. E in quel
secondo il vostro volto apparirebbe e
scomparirebbe come una visione non sostenibile.
Allora io, che avrei le vostre mani
nelle mie mani, crederei di sognare, e
inconscio irresponsabile come in un
sogno, mi chinerei sulle vostre dita,
salirei lungo le falangi con le labbra, fino
a mordervi le vene del polso. Voi mi
sollevereste la fronte, dicendomi con rampogna
indulgente: Siamo savi!
Ma, per un evento sciagurato, il mio
volto sollevandosi si troverebbe all’altezza
della vostra spalla; io, nell’ombra,
non me ne accorgerei: e credendo di
abbandonare la guancia contro la
spalliera del divano, incontrerei
invece la mollezza d’una trina o il gelo
d’una catenella. Istintivamente, sempre come
in sogno, la mia bocca si troverebbe
dietro il vostro orecchio, alla radice dei
capelli fini, e vi morderei alla nuca
(il morso è il mio vizio preferito).
Allora voi vi alzereste di scatto, accendereste
il lume: e due cose potrebbero
accadere. O mi fareste accomiatare dalla
vostra donna, come nelle commedie,
col tradizionale “accompagna il Signore”.
E resterei male.
O mi perdonereste dopo lunghe condizioni.
E resterei male, ugualmente.
(12 novembre 1907)
Guido Gozzano ad Amalia Guglielminetti
Sun around .. ☼
(Source: s-p-e-c-t-r-u-m, via curiositasmundi)
(via curiositasmundi)
The bathing hour, Atlantic City, N.J., circa 1910
(Source: librar-y, via bastardette)
August 1820
Letter from John Keats to his fiancée, Fanny Brawne
(via theredshoes)
So cosa voglio dire. Prima di dirlo, rifletto se è quello che voglio dire
però quando arriva il momento di dirlo, non sono più capace di dirlo.
Si, succede.
Ha letto i Tre Moschettieri?
No, però ho visto il film. Perché?
Perché… Vede, là c’era Porthos. Però non era nei “Tre Moschettieri” ma in “Venti anni dopo”.
Porthos, alto, forte, un po’ stupido
Non ha mai pensato in vita su, capisce?
Così una volta deve mettere una bomba in un sotterraneo per farlo saltare. Lo fa. Mette la bomba, accende la miccia, poi scappa, ovviamente. E correndo, di colpo si mette a pensare…
A cosa pensa?
Si chiede com’è possibile ch’egli possa mettere un piede davanti all’altro.
E’ successo anche a lei, no?
Allora smette di correre, di camminare; non può più andare avanti… Tutto esplode, il sotterraneo gli cade addosso. Lo sostiene con le spalle, è abbastanza forte. Ma alla fine, dopo 1 o 2 giorni, non so, è sopraffatto e muore. Insomma, la prima volta che ha pensato è morto.
Perché mi racconta questa storia?
Così, per parlare.
Perché bisogna sempre parlare?
Io trovo che spesso si dovrebbe tacere, vivere in silenzio.
Più si parla, meno le parole hanno un significato.
Lei non..?
Forse, ma è possibile?
Non lo so.
Mi ha sempre colpito il fatto che non si possa vivere senza parlare.
Eppure sarebbe piacevole vivere senza parlare.
Si, sarebbe bello, eh?
Sarebbe come se ci si amasse di più.
Però non è possibile, non ci si è mai riusciti.
Ma perché? Le parole dovrebbero esprimere esattamente quello che vogliamo dire.
Forse ci tradiscono?
Si, però anche noi le tradiamo.
Si deve poter arrivare a dire quello che c’è da dire e che si scrive bene.
Pensi ad un uomo straordinario come Platone
può ancora oggi essere capito.
Anche se scriveva in greco 2500 anni fa. Nessuno conosce la lingua dell’epoca, almeno non esattamente. Tuttavia, qualcosa sopravvive. Perciò, dovremmo essere capaci a esprimerci. E dobbiamo.
E perché dobbiamo esprimerci? Per comprenderci?
Bisogna pensare e per pensare bisogna parlare.
Non si pensa in altro modo.
E per comunicare bisogna parlare, è la vita umana.
Si, però è molto difficile.
Io penso che la vita dovrebbe essere facile.
La sua storia dei Tre moschettieri forse è molto bella, però è terribile.
E’ terribile, si. Ma è un’indicazione.
Credo che s’impari a parlare bene solo quando si ha rinunciato alla vita per un certo tempo.
E’ il prezzo.
Allora, parlare è mortale?
Parlare è quasi una resurrezione in rapporto alla vita.
Quando si parla c’è un’altra vita, rispetto a quando non si parla.
Capisce? Allora, per vivere parlando uno deve essere passato dalla morte del vivere senza parlare.
Non so se mi spiego bene, però c’è una specie di ascesi che impedisce di parlare bene finchè si guarda la vita con distacco.
Però la vita di tutti i giorni non si può vivere con.. Non so.. Con..
Con distacco.
Noi oscilliamo, perciò passiamo dal silenzio alla parola.
Oscilliamo tra le due cose perché è il movimento della vita.
Dalla vita quotidiana uno si eleva a una vita… Chiamiamola superiore.
E’ la vita col pensiero.
Però questa vita presuppone che si abbia ucciso la vita quotidiana, la vita troppo elementare.
Allora, pensare e parlare sono la stessa cosa?
Credo di sì.
L’aveva scritto Platone; è una vecchia idea.
Uno non può distinguere il pensiero dalle parole che lo esprimono.
Un istante di pensiero può solo essere afferrato dalle parole.
Parlare allora è come rischiare di mentire?
Si, perché la bugia è uno dei metodi di ricerca. Errori e bugie sono molto simili.
Non parlo di bugie ordinarie come promettere di venire domani e dopo non vengo perché non ne ho voglia. Capisce? Questi sono espedienti. Però una bugia sottile è molto poco differente da un errore.
Uno cerca e non trova la parola giusta.
Perciò le succedeva di non sapere cosa dire.Lei ha paura di non trovare la parola esatta. Credo che sia questo…
Come essere sicuri di avere trovato la parola giusta?
Bisogna lavorare. E’ necessario uno sforzo.
Uno deve dire il necessario, in modo da essere giusto, che non ferisca, che dica quello che vuole dire, che faccia quello che deve fare senza ferire né far danno.
Bisogna cercare di essere in buona fede.
Una volta mi hanno detto: “la verità è in ogni cosa, anche nell’errore”.
E’ vero! La Francia non lo vide nel 17° secolo. Credette che si poteva evitare l’errore, non solo la menzogna, e che si poteva vivere direttamente nella verità. E non è possibile.
Perciò Kant, Hegel e la filosofia tedesca ci riportano alla vita e ci fanno accettare che bisogna passare dall’errore per arrivare alla verità.
E lei cosa pensa dell’amore?
Si è dovuto ricorrere al corpo, questo è chiaro.
Leibnitz introdusse il contingente. Le verità contingenti e le verità necessarie fanno la vita quotidiana.
E così di seguito ecco lo sviluppo della filosofia tedesca nel senso che si pensa nella vita con le servitù della vita, gli errori della vita e bisogna saper discernere, è chiaro.
Ma l’amore non dovrebbe essere l’unica cosa vera?
Si, ma bisognerebbe che l’amore fosse sempre vero.
Conosce qualcuno che sappia subito cosa ama?
No di certo. Quando si ha 20 anni non si sa quello che si ama. Si sanno delle cose vaghe. Ci si fa ad esempio una certa esperienza dicendo: “Amo questo”. Ma sono cose confuse.
Per capire chiaramente cosa si ama davvero, ci vuole la maturità.
Cioè la ricerca. Questa è la verità della vita.
Per questo, l’amore è una soluzione, ma a condizione che sia vero.
Detail of The Virgin of the Rocks Leonardo da Vinci 1483-1486
Una magnifica sera un non meno magnifico usciere, Ivàn Dmitric’ Cerviakòv, era seduto
nella seconda fila di poltrone e seguiva col binoccolo “Le campane di Corneville”.
Guardava e si sentiva al colmo della beatitudine. Ma a un tratto… Nei racconti spesso
s’incontra questo “a un tratto”. Gli autori han ragione: la vita è così piena d’imprevisti!
Ma a un tratto il suo viso fece una smorfia, gli occhi si stralunarono, il respiro gli si
fermò… egli scostò dagli occhi il binoccolo, si china e… eccì!!! Aveva starnutito, come
vedete.
Starnutire non è vietato ad alcuno e in nessun posto. Starnutiscono i contadini, e i capi di
polizia, e a volte perfino i consiglieri segreti. Tutti starnutiscono. Cerviakòv non si
confuse per nulla, s’asciugò col fazzolettino e, da persona garbata, guardò intorno a sé:
non aveva disturbato qualcuno col suo starnuto? Ma qui, sì, gli toccò confondersi. Vide
che un vecchietto, seduto davanti a lui, nella prima fila di poltrone, stava asciugandosi
accuratamente la calvizie e il collo col guanto e borbottava qualcosa. Nel vecchietto
Cerviakòv riconobbe il generale civile Brizzalov, in servizio al dicastero delle
comunicazioni.
«L’ho spruzzato!», pensò Cerviakòv. «Non è il mio superiore, è un estraneo, ma tuttavia
è seccante. Bisogna scusarsi».
Cerviakòv tossì, si sporse col busto in avanti e bisbigliò all’orecchio del generale:
- Scusate, eccellenza, vi ho spruzzato… io involontariamente…
- Non è nulla, non è nulla…
- Per amor di Dio, scusatemi. Io, vedete… non lo volevo!
- Ah, sedete, vi prego! Lasciatemi ascoltare!
Cerviakòv rimase impacciato, sorrise scioccamente e riprese a guardar la scena.
Guardava, ma ormai beatitudine non ne sentiva più. Cominciò a tormentarlo
l’inquietudine. Nell’intervallo egli s’avvicinò a Brizzalov, passeggiò un poco accanto a
lui e, vinta la timidezza, mormorò:
- Vi ho spruzzato, eccellenza… Perdonate… Io, vedete… non che volessi…
- Ah, smettetela… Io ho già dimenticato, e voi ci tornate sempre su! - disse il generale e
mosse con impazienza il labbro inferiore. 2
«Ha dimenticato, e intanto ha la malignità negli occhi», pensò Cerviakòv, gettando
occhiate sospettose al generale. «Non vuol nemmeno parlare. Bisognerebbe spiegargli
che non desideravo affatto… che questa è una legge di natura, se no penserà ch’io volessi
sputare. Se non lo penserà adesso, lo penserà poi!…».
Giunto a casa, Cerviakòv riferì alla moglie il suo atto incivile. La moglie, come a lui
parve, prese l’accaduto con troppa leggerezza; ella si spaventò soltanto, ma poi, quando
apprese che Brizzalov era un “estraneo”, si tranquillò.
- Ma tuttavia passaci, scusati, - disse. - Penserà che tu non sappia comportarti in
pubblico!
- Ecco, è proprio questo! Io mi sono scusato, ma lui in un certo modo strano… Una sola
parola sensata non l’ha detta. E non c’era neppur tempo di discorrere.
Il giorno dopo Cerviakòv indossò la divisa di servizio nuova, si fece tagliare i capelli e
andò da Brizzalov a spiegare… Entrato nella sala di ricevimento del generale, vide là
numerosi postulanti, e in mezzo ai postulanti anche il generale in persona, che già aveva
cominciato l’accettazione delle domande. Interrogati alcuni visitatori, il generale alzò gli
occhi anche su Cerviakòv.
- Ieri, all’Arcadia, se rammentate, eccellenza, - prese a esporre l’usciere, - io starnutii e…
involontariamente vi spruzzai… Scus…
- Che bazzecole… Dio sa che è! Voi che cosa desiderate? - si rivolse il generale al
postulante successivo.
«Non vuol parlare!», pensò Cerviakav. impallidendo. «E’ arrabbiato dunque… No, non
posso lasciarla così… Gli spiegherò… ».
Quando il generale finì di conversare con l’ultimo postulante e si diresse verso gli
appartamenti interni, Cerviakòv fece un passo dietro a lui e prese a mormorare: -
Eccellenza! Se oso incomodare vostra eccellenza, è precisamente per un senso, posso
dire, di pentimento!…Non lo feci apposta, voi stesso lo sapete!
Il generale fece una faccia piagnucolosa e agitò la mano.
- Ma voi vi burlate semplicemente, egregio signore! - diss’egli, scomparendo dietro la
porta.
«Che burla c’è mai qui?», pensò Cerviakòv. «Qui non c’è proprio nessuna burla! E’
generale, ma non può capire! Quand’è così, non starò più a scusarmi con questo
fanfarone! Vada al diavolo! Gli scriverò una lettera e non ci andrò più! Com’è vero Dio,
non ci andrò più!». 3
Così pensava Cerviakòv andando a casa. La lettera al generale non la scrisse. Pensò,
pensò, ma in nessuna maniera poté concepir quella lettera. Gli toccò il giorno dopo
andar in persona a spiegare.
- Ieri venni a incomodare vostra eccellenza, - si mise a borbottare, quando il generale
alzò su di lui due occhi interrogativi, - non già per burlarmi, come vi piacque dire. Io mi
scusavo perché, starnutendo, vi avevo spruzzato… e a burlarmi non pensavo nemmeno.
Oserei io burlarmi? Se noi ci burlassimo, vorrebbe dire allora che non c’è più alcun
rispetto… per le persone…
- Vattene! - garrì il generale, fattosi d’un tratto livido e tremante.
- Che cosa? - domandò con un bisbiglio Cerviakòv, venendo meno dallo sgomento.
- Vattene! - ripeté il generale, pestando i piedi.
Nel ventre di Cerviakòv qualcosa si lacerò. Senza veder nulla, senza udir nulla, egli
indietreggiò verso la porta, uscì in strada e si trascinò via… Arrivato macchinalmente a
casa, senza togliersi la divisa di servizio, si coricò sul divano e… morì.
Da: Antòn Cechov, Novelle, 1892?